Fuga di Cervelli

Prete Antonio

Nato a Copertino nel Salento, ha studiato dopo la maturità classica a Milano, laureandosi in lettere e perfezionandosi in filologia moderna ( con frequenti soggiorni di studio a Parigi ). Ha insegnato per alcuni anni nei licei classici e scientifici, poi nell' Università di Siena, dove tuttora insegna come ordinario di Letterature comparate. E' stato visiting professor e ha tenuto cicli di lezioni e seminari in molte Università straniere ( tra queste, Paris III e Paris VIII, Montepellier, Canterbury, Salamanca, Brown University e Yale).  Ha partecipato, come redattore o assiduo collaboratore, a riviste filosofiche e letterarie: tra queste "Per la critica", "aut aut", "Il piccolo Hans". dal 1989 dirige la rivista "Il gallo silvestre" che ha per campo d' intervento e di studio il linguaggio della poesia, osservato in relazione con gli altri linguaggi e saperi. I suoi studi di comparatistica sono stati accompagnati da un' attività di traduzione e sono stati affidati a una scrittura che ha cercato di proporre la forma dell' "essai", del frammento critico, del dialogo tra critica e narrazione.

 

La Fuga dei Cervelli

"Fuga di cervelli" è un'espressione che sta ad indicare propriamente il fenomeno per cui, in Europa, sempre meno giovani si avvicinano allo studio delle discipline scientifiche, specialmente ad alto livello. In un'altra accezione si intende il fenomeno dell'emigrazione, verso paesi stranieri, di persone di talento o ad alta specializzazione professionale. Tale termine, riferito al cd. "Capitale umano" rievoca quello di "Fuga di capitali", che designa il disinvestimento economico da ambienti non favorevoli all'impresa.

 

 

 

HO LASCIATO il mio Paese nel 1947, a soli 33 anni, per gli Stati Uniti, per poter sviluppare le ricerche scientifiche che mi hanno fatto meritare il Premio Nobel per la Medicina, molti anni dopo, nel '75. Oggi mi fa male vedere che, dopo oltre 60 anni, la situazione di crisi della ricerca scientifica in Italia non è cambiata, anzi. Lo dimostrano i più di mille ricercatori italiani sparsi per il mondo che hanno già riposto all'appello di questo giornale e che hanno dovuto, come me, lasciare il Paese per dedicarsi alla scienza.

Il mio rammarico non è una questione di nazionalismo: la scienza per sua natura ignora il concetto di Patria, perché è e deve rimanere universale. Anzi, penso sia importante per uno scienziato formarsi all'estero e studiare in una comunità internazionale. Tuttavia dovrebbe anche poter scegliere dove sviluppare le sue idee e i frutti del suo studio, senza dover escludere del tutto il Paese dove è nato. Ciò che mi dispiace profondamente è toccare con mano l'immobilismo di un'Italia che sembra non curarsi della ricerca scientifica, esattamente come nel dopoguerra.

Come se più di mezzo secolo di esplosione del progresso scientifico fosse passato invano. Chi vuole fare ricerca se ne va, oggi come ieri, per gli stessi motivi. Perché non c'è sbocco di carriere, perché non ci sono stipendi adeguati, né ci sono fondi per ricerche e le porte degli (ottimi) centri di ricerca sono sbarrate perché manca, oltre ai finanziamenti, l'organizzazione per accogliere nuovi gruppi e sviluppare nuove idee. Perché non esiste in Italia la cultura della scienza, intesa come tendenza all'innovazione che qui, negli Stati Uniti, è privilegiata in ogni senso ed è il motore del cambiamento.


Ciò che è cambiato concretamente, rispetto ai miei tempi, è che la ricerca scientifica, spinta dalla conoscenza genomica che è stata al centro del miei studi e oggi rappresenta il futuro, richiede molti più investimenti in denaro e persone rispetto a 60 anni fa. Si allungano così le distanze fra Paesi che investono e quelli che non lo fanno. L'Italia rischia, molto più che negli anni Cinquanta, di rimanere esclusa definitivamente dal gruppo di Paesi che concorrono al progresso scientifico e civile.

Io sono uno scienziato e non ho la ricetta per salvare la ricerca italiana, ma proprio come "emigrato della ricerca " posso dire che i modelli ci sono, anche vicini ai nostri confini, senza guardare agli Stati Uniti, che sicuramente hanno una cultura e una storia molto diversa dalla nostra. Basterebbe iniziare a riflettere dal dato più semplice. Un Paese che investe lo 0,9% del proprio prodotto interno lordo in ricerca, contro la media del 2% degli altri, non può essere scientificamente competitivo né attirare a sé o trattenere i suoi ricercatori migliori.
(19 novembre 2008)                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              

                                                                                                                                                                                                                                       di RENATO DULBECCO

 Cause                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Le cause di ciò vengono individuate nel modo in cui la scienza è insegnata nelle scuole, nella complessità delle materie, e nell’apparente scarsità di prospettive di carriera attraenti. Tale fenomeno è preoccupante perché suscettibile di rallentare il progresso tecnologico europeo e lo stesso ricambio della classe docente.

 

 

Sulla fuga dei cervelli è il momento di cambiare

Sito web gratis da Beepworld
 
L'autore di questa pagina è responsabile per il contenuto in modo esclusivo!
Per contattarlo utilizza questo form!